Pasolini: Un poeta che non illumina

UN POETA CHE NON ILLUMINA

In tempi di liturgie celebrative, nel mese che ne richiama la morte, questo articolo su Pasolini non intende assolvere ad alcuna celebrazione, ma soltanto esaminare la sua opera in modo critico e fuori dall’aura di beatificazione di cui l’establishment culturale italiano (pressoché immutato dagli anni 70) ha circonfuso la sua figura di poeta maledetto. Starei per dire, maledetto per forza. Pasolini mi aveva attratto nell’adolescenza (si è adolescenti per incanalare la propria ribellione, per trovare punti di riferimento, disordinatamente, mentre si guarda il mondo sbagliato e carico di promesse, di abbagli). Ora riletto, dopo anni:
Nelle Ceneri di Gramsci, la sua opera migliore, è sensibile l’influsso di Ungaretti, di Montale, il linguaggio sembra imbrigliato dalla ricerca stilistica; far quadrare la rima alternata, per rendere un gusto classico. Ma così facendo si appesantisce l’ispirazione. Di fatti convincono di più, sono più coinvolgenti quei versi nei quali l’esercizio rimante viene allentato.
Nel rileggere la nota bibliografica dell’autore, lo si dovrebbe situare nella prima metà del 900, coi limiti di tematiche che lo confinano in un certo luogo, l’Italia, e in un certo periodo, il secondo dopoguerra, la ripresa della vita, il boom economico, i fermenti culturali irrompenti dalla Francia (esistenzialismo), poi dagli Stati Uniti (la rivoluzione culturale). Manca a Pasolini un vasto orizzonte temporale, ed extratemporale, cioè mitico, à rèbours e in avanti. Questo limite, l’essere immerso completamente nel tempo, facendone il proprio tempo, lo rende non-classico. Un autore si può dire classico quando il suo linguaggio, la sua poetica sa spingersi oltre l’immanenza dei codici culturali in cui si esprime. Si prenda ad esempio Borges; in lui tutto si trasforma in mito, o leggenda, facendone un autore classico, intemporale, come è il mito, ciò da cui l’umanità è nata e si è formata. Borges trasla la materia all’infinito matematico, all’humus arcaico degli eroi della civiltà. Pasolini è invece, dionisiacamente, attratto verso il centro divoratore della Terra, un dio della fertilità ctonia condannato allo smembramento nella mente e nel corpo ad opera della Grande Madre orgiastica (la sessualità). Pasolini è letterariamente- preda del proprio istinto di morte (ancora la sessualità) nel quale coinvolge i propri eroi proletari, ragazzi di vita, che non riesce a trasformare in eroi, come fa l’omosessuale Costantino Kavafis, sia pure su un piano borghese, rispetto a Borges che nelle sue ballate epicizza i giovinastri della pampa argentina o delle praterie brasiliane. Per questo la poetica di Borges affascina, quella di Pasolini no. Gli manca l’Aiòn, l’eternità interiore degli antichi filosofi, la proiezione coscienziale nell’Assoluto, dove l’essere è puro e libero in spirito. Pasolini deifica il corpo, restandovi prigioniero, incapace di volare alto. Egli appartiene fatalmente a un clima culturale, che è innanzitutto politico; Borges (che scrive le sue opere maggiori tra gli anni 20 e 40) ne è scevro: ciò che lo rende un grande scrittore. Questo ci porta al conformismo dell’opera letteraria, giunto oggi, e già da diversi decenni, al suo apice. Un’opera non viene giudicata dalla sua qualità letteraria o personalità narratologica, ma dalla sua aderenza a uno standard stabilito dal mercato, ovvero da una tendenza culturale, meglio di costume (i media) sovrimposta, concepita altrove, per dei fini che qui sarebbe lungo spiegare. Torniamo a Pasolini. Nelle poesie del Pianto della scavatrice “, belle immagini di borgata, cedono poi, con un gusto forse majakovskiano, a una retorica del progresso che emancipa l’operaio con la sua macchina, l’escavatrice, appunto. Anche in Recit l’autore cade nella preoccupazione metrica, sia pure in modo discontinuo. In questo ciclo di poesie ricorrono i temi precedenti, le borgate, gli operai, allegramente incoscienti; qui descritti con toni monocordi, ripetitivi, che non sanno slanciarsi in snodi rappresentativi, forse per carenza d’ispirazione. Per cui, le immagini, nella loro iterazione, pur dolente dell’esistenza, rischiano di piegarsi a un certo formalismo retorico. Migliora nel ciclo La religione del mio tempo; ma ancora qui c’è da domandarsi, è un’ispirazione poetica? Sembra più prosa messa in rima, e non illumina, non incide dell’humus della psiche profonda di ciascuno. Manca l’attivazione del sostrato immaginifico, archetipale collettivo. Pasolini scrive da borghese (politicamente impegnato) il materialismo storico frena il suo slancio più profondo. Un piccolo borghese tormentato, che cerca uno spiraglio di fortuna sentimentale e sociale; lo dichiara persino. Pur essendo un Dioniso, un Tammuz smembrato dalla follia degli istinti, Pasolini non riesce a scendere agli inferi, immergersi nel ventre fecondo della Madre Terra, né ascendere al cielo di Zeus-Wotan (non è lo Zaratustra nietszchiano) sa solo rimanere alla superficie, autoflagellandosi nell’abiezione, incapace di catarsi, perché incapace di produrre la linfa vitale del mito, dalla sua lacerazione. Ecco perché i suoi componimenti mancano di èlan vital, sono mortiferi, una morte che non illumina. Ancora, in questo lungo ciclo, La Religione del mio tempo, l’autore ha un’espressività avvitata su se stessa, priva di anelito, per quanto risuoni in essa una disperazione, a tratti di qualità leopardiana, tuttavia senza quella concisione, quella immediatezza coinvolgente del poeta di Recanati. Negli ultimi versi della Religione riesce a comunicare il sentimento di esule, di estraneo al tempo, che ha trovato nella grande città, dominata da umiliazione e viltà, da corruzione spirituale e materiale; (ma al cui gioco mondano accetterà di conformarsi, da piccolo borghese emarginato, per ottenere il successo).
In Appendice alla Religione: una luce c’è un salto di qualità; Pasolini si scioglie in accenti sinceramente dolenti, e privi di preoccupazioni formali, scrivendo di sua madre. Nella ricerca formale, egli perde di vista la dimensione arcaica, favolistica di un Pavese, col quale condivide le origini contadine o paesane. Nel Glicine persiste in un avvitamento narcisistico e stucchevole, di lambiccato intellettuale. Si arriva poi alle Poesie Mondane (1962), brani annoiati e perciò brutti, composti con sprezzante amarezza; l’amarezza delusa dell’artista baciato dal successo, che disdegna quell’ambiente mondano (il cinema) nel quale si é accomodato non per caso, ma perché lo ha cercato. L’ipocrisia che trasuda da questi che Pasolini chiama ancora versi è insopportabile. Giunto al punto in cui voleva giungere, ha perso la creatività originaria. Da qui in poi, lo si presagisce, il poeta Pasolini ha ben poco da dire, e quello sforzo degli anni 50, gli anni difficili della giovinezza, teso a cercare la bellezza (i valori della storia, della civiltà, incarnata simbolicamente dalla figura materna) quello sforzo si è tramutato in disprezzo per un mondo vano quello borghese arricchito (la scala sociale della cultura come spettacolo) in cui però rimane a vivere, godendone i privilegi, le lusinghe della notorietà- un disprezzo che lo condanna a creare solipsismo (la scarna aridità di film sperimentali ed an-estetici come Il Vangelo secondo Matteo, Medea e Edipo re, ) e via via bruttezza, corrività di moda (Porcile, Decamerone ) fino al turpe, compiaciuto, Le 120 giornate di Sodoma, nelle immagini (travestite da impegno ideologico) di un mezzo espressivo concepito, dai suoi finanziatori, a vendere scandalo. Questo scandalo lo commissionano a lui, artista maudit, per contratto e per posa. Ed è lo stesso Pasolini a riconoscersi in questa nuova situazione di intellettuale compromesso, nella composizione la Realtà(da Poesie in forma di rosa) per quanto di poesia vi sia ben poco: “a questo mi sono ridotto; quando scrivo poesia è per difendermi, lottare, compromettendomi, rinunciando ad ogni antica mia dignità.” Nelle composizioni successive lo scrittore regista riprende ad avvitarsi al proprio egotismo delirante, infilandosi in una serie di vicoli ciechi l’iterazione di un Narciso che urla allo specchio contro il mondo, cioè contro se stesso. Ed è convinto di scrivere poesia con un linguaggio gettato, da sfogo psicanalitico.
In tutto questo processo, si badi bene, Pasolini non inventa o ricerca nessun linguaggio, appoggiandosi soltanto a rime sforzate, che producono significati insinceri, in una sintassi banale, come è banale e posato (da radical chic emergente) il suo paragonarsi ai negri e agli ebrei, per legittimare la propria diversità. È così ovvio, da risultare irritante. E si comprende come e perché questo intellettuale in voga sia tanto piaciuto alla mondanità cinematografica, che egli dichiarava di spregiare, guardandosi però dall-abbandonarla. Un poeta (eccetto alcune primissime composizioni) soprastimato; violenza e morte che non si fanno arte; migliori certo i suoi primi romanzi (Una vita violenta, Ragazzi di vita)
In definitiva, gli è mancata l’epifania dell’ordinario.

Adriana Zanese Inserra, 25 novembre 2020

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